21/01/2026
ITALIAN
Intervention: Azioni apripista
Edoardo Ciuffreda
Con tale contesto già eravamo in connessione grazie alle nostre relazioni con persone che lo attraversano per diversi motivi, chi per lavoro nell’ampio settore del sociale, chi per svolgere un ruolo di mediazione con servizi e uffici degli apparati burocratico-amministrativi, e chi semplicemente per amicizie. Inoltre e soprattutto, eravamo lì perché la notizia del sopracitato piano istituzionale di rimozione forzata di quel luogo aveva contribuito a dare impulso alla formazione e messa in movimento di un gruppo di ricerca interdisciplinare che, nel suo lato etnografico, desse prospettive su forme di abitare l’insediamento dal suo interno, dato che dalla prospettiva esterna mass-mediatica era spesso rappresentato solo come miseria, abbandono istituzionale e degrado socio-ambientale, insomma come una realtà da eliminare e sostituire con pianificazioni architettoniche di carattere emergenziale come i grandi campi-container, una delle forme assunte dall’attuale “continuum” di contenimento e detenzione di persone in movimento.
Data tale complessa rappresentabilità del luogo, si potrebbe immaginare quanto lo fosse la nostra presenza al suo interno quando abbiamo cominciato a proporre l’idea di usare soldi a disposizione per la realizzazione di qualcosa di assolutamente indefinito.
Abbiamo cercato di costituire momenti di riflessione e dialogo con persone abitanti l’insediamento di Borgo Mezzanone (da chi lo abita chiamato semplicemente “Borgo”), specialmente a partire da quelle con cui componenti del gruppo di ricerca avevano stretto relazioni e che quindi era più facile incontrare frequentemente. Tale scelta iniziale - che rappresenta un processo di inclusione partecipativa tanto quanto conseguenti esclusioni - è stata arbitraria soltanto in parte, a causa del fatto che processi più ampiamente inclusivi avrebbero richiesto ulteriori tempi purtroppo non concessi, perché le scadenze di utilizzo dei fondi imposte dall’istituzione che ci ha finanziato hanno rappresentato costantemente una forza ineludibile e pressante che ha significato in certa misura una privazione delle nostre possibilità di autonomia riguardo alla gestione delle temporalità di progetto, il quale avrebbe giovato di tempistiche più estese specie per quanto riguarda la fase decisionale pre-progettuale, che purtroppo ha quindi potuto coinvolgere meno persone e quindi meno idee. Il nostro desiderio non era certo il raggiungimento della totalità delle proposte - piuttosto difficile in un insediamento abitato e attraversato da migliaia di menti pensanti -, ma avremmo voluto avvicinarci il più possibile a tale orizzonte di desiderabilità per sentirci, se non a nostro agio, quanto meno in un posizionamento rispettoso di esteso consenso comune. Occorre forse ricordare che la nostra ricerca di consenso tra le persone abitanti, oltre a rappresentare un probabile portato del nostro retroterra ideologico democratico, è indice del disagio strutturale che può essere esperienza frequente in luoghi di violenza istituzionale. Il nostro disagio è infatti strutturale perché lo è tale violenza che lo causa, la medesima che si alimenta di distinzioni fra gruppi umani al fine di gerarchizzarli, muovendo da criteri arbitrari basati su una percezione socialmente educata a individuare certi caratteri più visibili, come quelli somatici, per collegarli ad altri meno visibili come l’identità nazionale documentata. La produttività di simili criteri è evidente dall’effettivo frequente collegamento che le persone abitanti Borgo possono fare sentendosi, rispetto a noi del gruppo di ricerca, “nere” rispetto a “bianchi”. Durante uno dei vari andirivieni tra le vie dell’insediamento per portare materiali e attrezzi presi in prestito e spostati da un quartiere all’altro per svolgere attività del progetto, mi fermo davanti alla veranda di un bar per chiedere una carriola; un ragazzo da sotto la veranda si avvicina e soffiandomi in faccia il fumo della sua sigaretta mi dice che non capisce, e appena ricomincio a parlare alza la voce dicendo che non mi può capire non perché non parliamo una stessa lingua, ma perché non capisce “i bianchi”. Ricevute queste parole, il mio disagio strutturale mi ha fatto sentire la pesantezza della mia presenza, a cui ho reagito facendo un passo indietro e chiedendo scusa, senza specificare per cosa, ma senza smettere di guardare gli stessi occhi che, nonostante quelle parole, non mi sembrava ponessero confini ineludibili, rimanendo infatti potentemente comunicativi. Mentre ci guardavamo, un signore che stava seduto lì di fianco si alza e avvicinandosi al mio interlocutore gli dice qualcosa che non riesco a cogliere. Subito dopo averlo ascoltato, il ragazzo mi guarda con una diversa espressione e mi chiede scusa, dice di aver ora capito chi io sia, che faccio parte di un gruppo che sta facendo certe cose apprezzate, mi offre una sigaretta, rimaniamo a chiacchierare e mi aiuta anche a trovare una carriola. Se questo episodio può, da un lato, consentire di cogliere ambiguità costituenti di rapporti in contesti di violenza istituzionale in cui è fortemente percepibile la demarcazione tra chi li abita e chi li attraversa senza dimorarvi, dall’altro lato, esemplifica quanto i filtri socio-percettivi possano facilmente essere messi da parte per instaurare relazioni che connettano più direttamente coinvolgendo le reali personalità in contatto.
L’ultimo episodio contribuisce a far comprendere quanto la mancata considerazione della necessità di ulteriori tempi sia stata sentita profondamente, soprattutto per il fatto che i soggetti che in ultima istanza hanno sempre disposto delle risorse economiche progettuali non sono abitanti stabili di Borgo, per quanto lo frequentino, ma persone che possono essere identificate come “i bianchi” da chi non le conosce direttamente, ossia la maggior parte delle persone residenti nell’insediamento. Occorre evidenziare questa possibilità di denominazione per evitare forme di cecità rispetto a contrasti visivi e tensioni vissute che ovviamente non riguardano solo un riferimento al colore della pelle, ma intersecano tra l’altro nazionalità documentata e classe sociale, ossia dispositivi di discriminazione che i confini stato-nazionali italiani ed europei contribuiscono a rendere operativi e soprattutto a connettere reciprocamente, attualmente in particolare con le relative politiche di militarizzante securitizzazione delle frontiere esterne e interne. Nel nostro posizionamento non potevamo di certo abbattere le frontiere stato-nazionali, ma almeno abbiamo assottigliato confini invisibili che, in interventi come il nostro, rischiano di essere assimilati a quelli riprodotti da una certa ragione umanitaria che distingue e divide “operatori” da “utenti/beneficiari”; la nostra azione si è contraddistinta da tale umanitarismo per il fatto che non ha istituito visioni e obiettivi preimpostati, ma si è costituita da un’idea scaturita dal dialogo con le persone stesse con cui si sarebbe attuata. Più tempo a disposizione ci avrebbe permesso, se non di dissolvere quei confini invisibili, forse di ridurre la loro estensione e pervasività, accrescendo la diffusione delle conversazioni pre-progettuali.
I vari momenti di sondaggio delle possibili idee sull’utilizzo dei fondi a disposizione sono consistiti in incontri qualche volta con diverse persone e formali, nel senso di organizzati precipuamente per tale tema di discussione, la maggior parte delle volte con poche persone e informali, cioè in cui essi erano previsti ma per altri motivi, e ogni tanto anche imprevisti con persone incontrate per caso durante passeggiate o altre attività. Ciò che è emerso prevalentemente durante le prime settimane di esplorazione di possibilità immaginative avrebbe da raccontare tanto riguardo all’effetto che le condizioni materiali di esistenza di una soggettività possono avere sui suoi orizzonti di desiderabilità. Tra persone abitanti un insediamento costruito senza alcun supporto istituzionale - e dove anzi le uniche fonti di acqua corrente potabile una volta esistenti (pochi rubinetti appartenenti al centro di accoglienza che si trova proprio accanto a Borgo) sono state chiuse, e gli attacchi per la corrente elettrica ridotti -; un luogo sorto come complessa conseguenza socio-spaziale di politiche tese alla subordinante categorizzazione di persone - in base a documenti di nazionalità, all’irregolarizzazione di quelle non ammissibili in progetti di “integrazione” o nei grandi centri della cosiddetta “accoglienza”, e alle susseguenti gradualità tra l’estremo del controllo detentivo-amministrativo e quello dell’abbandono istituzionale -, in tale luogo gli elementi desiderati che più evidentemente vengono richiesti sono regolari documenti e contratti di lavoro, come basi esistenziali prima di parlare di tutto il resto. Ciò non significa di certo che le ambizioni personali si riducano a questi elementi, ma piuttosto che esiste una sorta di sottile e momentaneo abisso comunicativo-immaginativo che fugace appare interponendosi nelle relazioni come traccia di quei confini invisibili prodotti dalle discriminazioni delle politiche nazionaliste di frontiera, e che ci rigetta nei profondi disagi collettivi delle gerarchizzazioni sociali. Eppure, la domanda continuava a essere posta: “Ma oltre ai documenti e al lavoro, che non dipendono da noi, cosa possiamo fare qua a Borgo di utile o di bello?” - E le risposte solevano essere: “Si può fare una strada di accesso all’insediamento? Dato che quelle di adesso sono piene di fossi che rompono le macchine?” - “Può venire qualcuno a raccogliere le montagne di immondizia?” - “Si può far tornare la corrente elettrica continua e l’acqua dai rubinetti? Ché qua d’inverno senza stufe fa tanto freddo e d’estate è difficile senz’acqua”. Insomma, con poche migliaia di euro di finanziamenti a disposizione può essere abbastanza complicato pensare di realizzare le più immediate necessità di un insediamento non legalmente riconosciuto. Eppure, è risultata vera una riflessione scaturita da una conversazione con Alessandra Faccini, ricercatrice del gruppo, e l’artista da lei invitato a Borgo per partecipare agli incontri di sondaggio di idee, Luigi Coppola, secondo cui spesso realizzare il bello può essere più facile che perseguire l’utile, e la fortuna è stata l’immaginazione di qualcosa che conciliasse entrambi. Camminando infatti per le vie di Borgo, si è fatta strada nelle nostre conversazioni l’idea di un’assenza percepita forse soprattutto perché era, a ottobre, da poco passata l’estate che in provincia di Foggia tocca punte di oltre quaranta gradi all'ombra, e che quindi non soltanto fa sentire con il proprio corpo il forte calore rilasciato dall’asfalto della ex-pista aeronautico-militare su cui è costruito l’insediamento, ma aumenta anche il sentore delle polveri rilasciate dagli ammassi di rifiuti sparsi intorno ad esso, specie per i frequenti venti della Daunia. Già diversi mesi prima di allora, in varie conversazioni con amici di Borgo, era emersa la necessità di una presenza, ma più come una delle tante altre (acqua corrente, elettricità continua, manutenzione stradale) e non di certo la più impellente; ora invece, le nostre limitate condizioni di possibilità rendevano essa la più immaginabile: alberi, assenti su tutta la superficie dell’abitato di Borgo, poiché, come osservato anche da Luigi, la realizzazione della pista aeronautico-militare ha appiattito e cementificato l’elemento vegetale, cercando di cancellarlo completamente.
L’idea di piantare alberi, se da una parte era apprezzata di buon grado per il semplice fatto di generare spazi verdi, e accolta sempre con ottimismo per la possibilità di nuovi ripari dal sole per le calure estive, d’altra parte la sua attuazione avrebbe posto una questione molto delicata non soltanto per il fatto che Borgo sia un luogo in cui potenzialmente ogni giorno possono sorgere nuove costruzioni che si fanno spazio, ma soprattutto perché ciò avviene secondo norme condivise spesso non immediatamente note a chi non vi abita: l’occupazione del suolo. A Borgo, centro abitato sorto anche come risposta sociale all’assenza della garanzia del diritto alla casa da parte dallo Stato italiano, gli edifici e le relative forme d’uso sono tutt’altro che coincidenti con il proprietarismo individualistico assunto come naturalità dalla legge italiana. Una medesima casa, se costruita da più persone, può rappresentare una proprietà condivisa dalle stesse, le quali si possono alternare in base a numerose variabili che non si riducono solo a possibilità lavorative e appuntamenti burocratici per il rinnovo dei documenti, ma potrebbero coinvolgere tanti fattori anche imprevedibili perché specifici di ogni singolare esistenza. Oppure, una persona riconosciuta come proprietaria di una casa per averla costruita o comprata, può affittarla o lasciarla a un amico o parente per trasferimenti di domicilio che non sempre sono definitivi. Inoltre, data la precarietà causata dalle brevi temporaneità dei documenti che categorizzano i soggetti istituzionalmente etichettati come migranti, spesso alcune persone possono essere irregolarizzate e quindi impossibilitate a firmare contratti di locazione, non avendo così opzioni abitative diverse dagli insediamenti indipendenti dalla legge statale. Per questi e altri motivi, piantumare a Borgo ha significato indubbiamente tastare il terreno nel senso letterale di andare camminando e domandando, in tutti i quartieri in cui avessimo conoscenze, consigli su quali potessero essere i luoghi più indicati per un progetto del genere, ma soprattutto si è tradotto nel dovere di accertarsi che quest’ultimo fosse plausibile per tutte le soggettività abitanti nei loro pressi.
La mediazione per la scelta dei luoghi più adatti per le piantumazioni è stata favorita dalla sempre preziosa e gradevole presenza di Dina Diurno, una signora originaria di Borgo Mezzanone e ivi residente, che da oltre vent’anni opera nell’insediamento, sia in modo informale, aiutando persone nell’ottenimento dei documenti e nel contatto con gli uffici istituzionali, sia formale, in quanto appartenente per lungo tempo ad associazioni e organizzazioni attive nel territorio. Oltre alle nostre previe conoscenze di alcuni abitanti di Borgo, è stato soprattutto grazie a lei - lì molto più conosciuta di noi - che è avvenuto un effettivo dialogo collettivo per pensare a luoghi di comune passaggio dove avrebbero potuto essere piantati degli alberi. La nostra idea era infatti quella di realizzare delle piazze alberate che fossero pubblicamente accessibili e non private; per fare ciò, era necessario pensare a spazi non appropriabili da singoli individui. Il risultato è stato in parte raggiunto, in quanto due delle tre piazze infine scelte effettivamente non potranno essere private all’uso comune perché adiacenti a una chiesa e a una moschea. Invece, una terza piazza è stata scelta in modo piuttosto arbitrario. Se le aree delle prime due, infatti, già rappresentavano luoghi di passaggio e di ritrovo per le frequenti funzioni lì svolte, la terza area è stata individuata, da una parte, per la volontà di generare luoghi di socialità riferiti non soltanto a simboli religiosi, dall’altra parte, per l’intenzione di decentralizzare la nostra azione: se le prime due piazze, della moschea e della chiesa, si trovano circa al centro dell’insediamento, la terza è un po’ più esterna, meno vicina alle vie di Borgo più frequentate. Queste diverse ubicazioni ci hanno permesso successivamente di esperire differenti forme di ricezione della nostra azione.
Dopo due mesi di dialogo tra abitanti di Borgo e realtà associative localmente attive, a inizio gennaio si è raggiunto finalmente il primo momento di effettiva diffusione pubblica del nostro progetto e conseguente mobilitazione di persone che fino a quel momento avevano sentito parlare di Borgo, ma per molte era la prima esperienza diretta al suo interno. Dopo il 7 gennaio, in seguito a diversi giorni in cui lo stesso messaggio era stato comunicato a voce, è iniziata fuori e dentro Borgo l’affissione dei volantini della chiamata all’azione per i quattro giorni dal 10 al 13 gennaio 2025, i primi tre sarebbero consistiti nella ripulitura delle tre aree individuate per le piazze alberate, e la mattina dell’ultimo giorno sarebbero avvenute le piantumazioni. I volantini, intitolati “Ripulitura collettiva e piantumazione di alberi a Borgo”, contenevano le informazioni essenziali tradotte in italiano, francese, inglese e arabo; informavano sulla finalità dell’azione, ossia “creare insieme delle piazze alberate, luoghi di ritrovo, ombra e ristoro”, sulle date e gli orari (tutte le mattine dei quattro giorni), e su cosa potesse servire, cioè “rastrelli, zappe, pale, carriole, etc”. Infine c’era un nostro numero di telefono per eventuali informazioni. Riguardo alla ricerca degli attrezzi appena citati, per quanto ci fosse stata data disponibilità da diversi agricoltori locali, nei fatti nessuno di questi è riuscito a procurarne nei pochi giorni di preavviso che abbiamo dato, cosicché, per nostra fortuna, tante persone abitanti di Borgo ci hanno prestato - per la maggior parte gratuitamente - tutti gli attrezzi necessari per ripulire le aree dall’immondizia, e inoltre un signore residente di Borgo conosciuto durante le ricerche si è offerto di conservare nel proprio magazzino tutti quelli che non eravamo tenuti a restituire entro la prima giornata. Prima di tale grandiosa manifestazione di supporto all’interno di Borgo, già durante l’affissione dei volantini diverse persone abitanti ci hanno aiutato a trovare tanti luoghi più frequentati nell’insediamento dove potessero essere visti e letti da più persone possibile: da bar e ristoranti a negozi di alimentari e di utilità per la casa, da barbieri a meccanici, i volantini sono stati ben accetti ed esposti. Sia prima, sia durante, sia dopo le azioni di ripulitura e di piantumazione, numerose persone che vivono e attraversano Borgo ci hanno supportato spesso per trovare attrezzi, altre volte con semplici e potenti parole di ringraziamento o incoraggiamento, e qualche volta anche stando proprio nel gruppo di persone volontarie che effettivamente agiva nelle ripuliture.
Eppure, un episodio che ci ha fatto sentire ancora maggiore supporto è avvenuto il secondo giorno di ripulitura, nell’area accanto alla moschea, quella con più presenza di immondizia non solo perché la più esposta delle tre al vento, ma anche per il fatto di avere molto vicini grandi ammassi di rifiuti. Casualmente, durante gli stessi giorni in cui abbiamo organizzato le ripuliture, c’erano anche mezzi istituzionali incaricati dalla Regione Puglia per iniziare un piano di rimozione di rifiuti mai terminato (e il cui tempismo di avvio sembra non tanto motivato dalla volontà di offrire un ambiente più salubre alle persone abitanti l’insediamento, quanto dalla necessità di preparare il terreno ai piani di “superamento” dello stesso, ovvero la sua programmata demolizione); gli escavatori lì presenti quel giorno, operando nel primo dei diversi quadranti in cui era stato diviso l’insediamento dalle istituzioni regionali - coincidente in parte con l’area che stavamo ripulendo vicino alla moschea - stavano ammassando l’immondizia prima sparsa in tanti piccoli mucchi, creando così un grande cumulo da rimuovere successivamente. Avendo di fronte tale operazione, è balenata l’idea di chiedere un aiuto che per loro, con quei macchinari, sarebbe stato relativamente facile, ma per noi con pale, rastrelli, carriole e secchi, sarebbe stato davvero grande, anche considerando che per il giorno dopo era prevista pioggia e quindi le attività avrebbero potuto essere rallentate. Grazie quindi a un altro piccolo sforzo di mediazione, gli operatori ecologici alla guida degli escavatori hanno accettato di spostare giusto in quel momento tutta l’immondizia adiacente alla moschea, che comunque avrebbero dovuto prima o poi rimuovere, preparando così un terreno più comodo per piantumare. Abbiamo avuto in tal modo anche l’occasione di dialogare sul nostro progetto con persone che stavano ripulendo l’insediamento per una finalità diversa dalla nostra, dato che la loro visione immaginava la rimozione di quel luogo mentre la nostra ha cercato di contribuire a sentirne le futurità; ciò ha significato anche ampliare il raggio di azione di differenti rappresentabilità di Borgo, oltre allo scambio di inevitabili sorrisi tra noi che non avevamo assolutamente in mente una svolta del genere, e loro che neanche potevano prevedere di trovare un gruppo di persone intente a piantare alberi in un luogo mediaticamente esposto solo come oggetto da sostituire invece che da contribuire ad accrescere.
Un ulteriore elemento di mediazione territoriale ha riguardato l’organizzazione delle attività in dipendenza dal meteo, ricordandoci così quanto sia sempre necessario considerare l’imprevedibilità dell’ambiente quando è in quest’ultimo che si intende agire. Se infatti le ripuliture dei primi due giorni si erano potute svolgere senza difficoltà di tipo meteorologico, il terzo giorno era prevista pioggia. Per fortuna, grazie all’aiuto degli escavatori e allo sforzo collettivo, abbiamo potuto velocizzare le attività e completare le ripuliture in due giorni invece che tre, con conseguente tanta stanchezza quanta contentezza per avercela fatta. Però, anche il quarto giorno è continuata la pioggia che ha infangato, e in parte allagato, la terra delle tre aree ripulite, cosicché, per evitare l’impantanamento delle macchine che sarebbero venute dal vivaio per piantare gli alberi, si è deciso di rimandare le piantumazioni a inizio febbraio.
Durante le giornate di gennaio, come già accennato, si sono sviluppate relazioni già esistenti con abitanti di Borgo, ma soprattutto se ne sono formate di nuove, perché ogni area ripulita è parte di dinamiche, genericamente definibili di quartiere, in cui un gruppo di una ventina di persone si è inserito con un’azione molto visibile poiché prolungata per diverse ore. Spesso il gruppo veniva interpretato come parte dell’operazione ecologica istituzionale, pur essendo abbastanza evidente che avessimo tutt’altri mezzi - che tra l’altro avevamo chiesto in prestito. Nonostante che specificassimo di essere solo un gruppo di persone che agiva volontariamente senza incarichi istituzionali, da tale confusione si originavano comunque conversazioni che potevano divergere sulle più svariate questioni, dato che l’apparente ruolo istituzionale che in certe percezioni potevamo ricoprire portava non poche persone a domandarci informazioni riguardo non soltanto alle tempistiche delle ripuliture, ma anche del ritorno della corrente elettrica. Infatti, per circa un mese e fino alla fine di quelle che per le istituzioni italiane sono le vacanze natalizie, l’insediamento è stato privato della corrente elettrica. Era un problema estremamente sentito, oltre che per l’impossibilità di usare frigoriferi per la conservazione degli alimenti, soprattutto perché durante le notti invernali in aperta campagna le temperature erano davvero basse, e non potendo accendere stufe elettriche in casa le persone accendevano fuochi comuni all’esterno, fin quando non si doveva andare a dormire. Una sera, un signore che ci consentiva di lasciare nel suo magazzino gli attrezzi che utilizzavamo, e con cui quindi avevamo stretto una certa fiducia reciproca, ci ha invitato a un’assemblea organizzata in una delle vie più centrali di Borgo, in cui un folto gruppo di persone, numericamente variabile perché molte di quelle che passavano si fermavano ad ascoltare e partecipare, discuteva per decidere insieme chi dovesse andare in prefettura il giorno seguente, per sollecitare la riattivazione dei contatori dell’energia elettrica. La partecipazione a questo momento assembleare, anche se di sole due persone del nostro gruppo, ci ha fatto sentire - seppure solo in modo uditivo - di essere in qualche senso in un processo di coinvolgimento riguardo a una questione molto più grande di noi; ci ricordavamo così quanto minimo fosse ciò che stessimo facendo ma, ciò nonostante, abbastanza significativo da sentire di ricevere un’accoglienza tanto profonda: quella che invita a essere parte di dinamiche simbolicamente molto potenti, come è un processo decisionale collettivo - traducibile come momento istituzionale dell’insediamento di Borgo, tendente a rappresentarlo e quindi a fargli assumere una certa formalità politico-democratica - per comunicare con un’istituzione esterna che però lo denomina “informale”.
Dopo tutta questa complessità etico-politica davanti agli occhi, nell’ormai piena sera alla fine dei giorni di attività di gennaio, salutavamo gli amici di Borgo mentre eravamo in macchina lungo la strada principale, costellata di fuochi accesi dentro a bidoni di acciaio, per ricordarci poi, superati questi e le loro luci, di essere su una ex-pista aeronautica senza illuminazione, nel cui buio risuonano fino a molto lontano le voci e le musiche dell’insediamento.
A proposito di forze esterne, come si nota in una delle foto, mentre eravamo nella terza piazza gli invadenti rombi di aerei militari in esercitazione hanno violentemente disturbato il nostro clima, facendo risuonare dentro di me quelle sagge parole che ricordano quanto mille alberi che crescono facciano meno rumore di uno che cade, e ancora meno del costoso e inquinante tuonare delle macchine da guerra che perseverano nel volare sulle nostre teste, qui in Capitanata in particolare a causa della rischiosamente vicina base aeronautico-militare di Amendola.
A inizio maggio, qualche giorno prima del ritorno a Borgo di gran parte della rete di persone volontarie per la terza fase di realizzazione delle piazze alberate, mentre rifacevo le pacciamature ormai secche - utilizzando le erbe spontanee cresciute accanto, con l’aiuto della falce dello stesso signore che aveva intanto messo sù la sua costruzione lì vicino - e innaffiavo la terra alla base degli alberi, un ragazzo si ferma a farmi domande per informarsi su quanto stessi facendo, al che gli spiego il tutto e lo invito anche alle prossime giornate lì da venire, per realizzare altre piantumazioni e sistemi di irrigazione. Dopo qualche scambio di parole mi dice che gli sembra una bella cosa. Mentre il signore, il ragazzo e io parlavamo, una signora esce da un edificio lì accanto - edificio più grande delle case lì intorno, e non presente durante la prima piantumazione, quindi costruito dopo di essa, dalla parte opposta rispetto all’altra costruzione di cui già avevamo avuto notizia conoscendo il signore che la stava progettando. Sulle prime ci ascolta e basta, guardandoci però fissamente, e quando capisce che i due presenti stanno incoraggiando il progetto delle piazze alberate, interviene alzando la voce verso il ragazzo, quasi intimandogli di non darmi confidenza e non avvalorare il progetto, dopodiché con voce ancora più alta dice che quello è il suo spazio. Non intendendo contraddire la signora, rimango qualche attimo in silenzio, guardando più spesso il ragazzo che era il mio interlocutore, fin quando è lui stesso che, dopo qualche parola alla signora che non riesco a cogliere, mi dice che lei gestisce il ristorante e non vuole che facciamo niente lì vicino perché vuole stare tranquilla. Non c’era bisogno di domandare il perché di questa volontà, essendo ovvio che gestire un’attività commerciale dentro l’insediamento di Borgo, già non legalmente riconosciuto, implica situarsi in dinamiche che troppa visibilità dall’esterno potrebbe scomodare. Chiedo semplicemente scusa per il disturbo, auguro una buona serata e con le taniche ormai vuote saluto le persone presenti, che rimangono a parlare tra loro. Vado a una cinquantina di metri da lì, nel cortiletto di fronte all’abitazione di un amico che è molto conosciuto non soltanto in quel quartiere, e gli racconto l’accaduto, chiedendogli che ne pensa, e mi dice di non preoccuparmi e di andare avanti con il progetto, che tanto non vogliamo costruire niente. Però, pur essendo d’accordo con lui sul fatto che delle piante non avrebbero causato problemi, anche se la signora avesse voluto espandere la sua costruzione sulla piazza alberata, rimanevo dell’idea che, così come le case sono di chi le abita, anche i luoghi sono di chi li vive, e sicuramente quella signora vive quel quartiere molto di più di un gruppo di persone che sporadicamente si riunisce per la generazione di qualcosa al suo interno.
Circa una settimana dopo, il primo dei giorni tra il 12 e il 16 maggio in cui la rete volontaria si era ricostituita per la terza fase di progetto, esplicito il suddetto avvenimento ad alcune persone, e insieme decidiamo di lasciare la terza piazza alla fine, senza l’intenzione di farvi qualcosa esattamente, ma più con l’idea di incontrare magari la signora per uno scambio di parole senza alcuna finalità diversa dalla conoscenza reciproca. Comunque, alla fine il tempo è stato di nuovo tiranno e non ci ha lasciato modo di realizzare più alcunché nella terza piazza; era comunque a tutte chiaro che tale possibilità l’avevamo anche voluta allontanare, data la perentorietà manifestata dalla signora nel reclamare il suo spazio.
Giunto l’inizio dell’intensa settimana di maggio, già erano stati acquistati dei serbatoi da cinquanta litri l’uno con rubinetto, mentre erano in arrivo alcuni tubi da fissare ai primi per disporre i sistemi di irrigazione per le piazze alberate. Il primo giorno, con Luigi ci siamo recati presso il vivaio per prendere varie nuove piante da piantare, anche grazie a fondi che avevamo a credito per l’albero mancante della terza piazza.
L’irrigazione tramite serbatoi era necessaria perché stava arrivando l’estate con le alte temperature che seccano molto rapidamente la terra, e non sarebbe più bastato innaffiare le piante ogni tanto con delle taniche, perciò, si è piuttosto considerato di realizzare un sistema che potesse garantire un rifornimento idrico più frequente, sempre alla condizione di un coordinamento di persone che tenessero spesso pieni d’acqua i serbatoi. Anche per quest’ultimo fine, uno degli ultimi accorgimenti per le piazze è stata l’affissione di volantini plastificati (per resistere alle piogge) in luoghi visibili nei pressi dei serbatoi, con semplici indicazioni riguardo al loro utilizzo: da riempire d’acqua anche se con detersivo, ma importante che sia priva di olio per evitare problemi di impedimento di drenaggio del suolo e di ostruzione delle radici; l’idea è stata di utilizzare acqua già usata per altri motivi, quali lavaggio di utensili da cucina, abiti o corpo, per far esistere le piazze alberate senza aumentarne il consumo.
Rileggendo la descrizione delle giornate di maggio, mi sembra di esprimermi mediante concatenamenti sintattici più complessi rispetto a quelli precedenti di questo stesso testo, che mi paiono relativamente più scorrevoli. Questo breve ripiegamento su di sé del processo di scrittura mi è utile soltanto per esplicitare il fatto che il modo espressivo dell’ultimo paragrafo riflette in buona parte la contestualità emotiva in cui mi muovevo allora. Infatti, così come i processi progettuali si susseguono secondo eventi tutt’altro che lineari e prevedibili, allo stesso modo le mutevoli circostanze esistenziali delle vite che vi sono implicate contribuiscono alla loro ingovernabilità, e quest’ultimo è un carattere per fortuna inevitabile.
A giugno, parlando con un amico abitante nei pressi della terza piazza alberata, dove non avevamo predisposto sistemi di irrigazione dopo aver ricevuto segnali di eventuale contrarietà a riguardo, gli chiedo come vedesse quegli alberi e se ci fossero persone che li curassero. Lui mi dice che diverse volte è andato lui stesso ad innaffiarli, specificando che non è un problema usare l’acqua delle cisterne interne all’insediamento, perché comunque “quell’acqua non si può usare per cucinare, perché quando si mette a bollire fa una schiuma di uno strano colore, e diverse persone hanno avuto problemi di pancia e di salute per quell’acqua”. Dopo quella conversazione, andando ad aggiustare con altro filo di ferro alcune arelle di bambù che ancora si piegavano, delle tettoie per ombreggiare le piazze, continuavo ancora a sentire il senso di un progetto che non può essere colto nel suo prodotto compiuto, ma soltanto nel suo processuale dispiegarsi, nel suo relazionarsi con il contesto in cui prende forma, per diventare mezzo espressivo di ciò che lo attraversa, e spero che il presente testo contribuisca a tale fine.
Precedentemente ho fatto riferimento all’imprevedibilità da cui ogni progetto può essere affetto. Questo accade specialmente quando persone che vi sono profondamente implicate attraversano cambiamenti o semplici eventi che generano forme di incostanza della loro presenza. Ciò è avvenuto per più di una persona attiva nella facilitazione del progetto descritto, e rievoca quanto affermato all’inizio di queste riflessioni sulla mediazione territoriale di Azioni apripista, ossia che maggiori tempi a disposizione nella fase pre-progettuale avrebbero consentito di accrescere il numero di persone coinvolte e quindi prolungare la durata potenziale del progetto stesso. Quindi, durante l’estate e l’autunno 2025, immediatamente dopo gli ultimi eventi descritti, la cura delle piazze alberate è stata assunta quasi unicamente da poche persone che abitano l’insediamento e non più tanto da chi lo attraversa provenendo dall’esterno. Se da un lato questo può rappresentare una riduzione delle energie dedicate alla vegetazione delle piazze, da un altro lato può anche significare una maggiore permeante interazione tra esse e le dinamiche sociali previamente esistenti in cui sono sorte, essendo più frequenti le presenze di chi spesso sta nell’insediamento rispetto a quelle di gruppi usualmente a esso esterni. Nonostante possa apparire il contrario, la considerazione di quest’ultima probabilità non intende rimarcare una divisione netta tra l’esterno e l’interno dell’insediamento, quanto piuttosto enfatizzare la possibilità che le piazze diventino luoghi in cui si possano connettere memorie di molteplici provenienze, affinché sfumino gli immaginati confini tra ‘dentro’ e ‘fuori’.
A inizio gennaio, tornando a Borgo dopo alcuni mesi, sono andato subito alla terza piazza, di cui ho trovato il suolo piuttosto omogeneamente rinverdito dall’erba, ma l’altra novità che soprattutto ha colpito il mio sguardo è stata la presenza di una sorta di perimetro segnato intorno alla piazza con vecchi pneumatici per auto interrati per metà della loro altezza e disposti come per proteggere la piazza, probabilmente al fine di evitare che auto potessero parcheggiare al suo interno, ma è stata una mia supposizione che non ho potuto verificare perché non ho trovato chi potesse informarmi a riguardo. In ogni caso, la mia impressione è stata quella di segni di cura nei confronti del luogo. Dei tre alberi, solo l’acacia saligna aveva foglie mentre gli altri due no, e non sapevo se fosse a causa del clima invernale o perché non avessero resistito, ma un signore abitante lì nei pressi, lievemente raschiando con l’unghia del pollice sui loro tronchi, mi ha mostrato che sotto la sottile corteccia c’è un colore verde chiaro che indica che sono ancora in vita. Rincuorato da questa notizia, ho cominciato a vagare con lo sguardo intorno alla piazza, e ho notato che il grande cumulo di immondizia che era lì di fianco non c’era più, probabilmente rimosso con mezzi istituzionali considerando la quantità di rifiuti che vi erano. Al suo posto, c’è ora un nuovo grande edificio in costruzione quasi completo, e oltre a esso altri sono apparsi, tra cui quello di cui ci era stata preannunciata la progettazione durante la ripulitura.
La piazza dietro alla chiesa l’ho trovata in condizioni ancora migliori, infatti tutti gli alberi hanno ancora le foglie, ma il cumulo di immondizia lì vicino c’è ancora, anche se mi è sembrato ridotto rispetto a prima. Il sistema di irrigazione è ancora presente, seppure il serbatoio sia vuoto, sporco e il rubinetto scollegato dal tubo, così come nella piazza dietro alla moschea, dove solo un albero è spoglio, ma anche lì a causa dell’inverno, visto che la presenza di gemme segnala comunque il suo essere in vita.
Quando sono andato a trovare un amico abitante lì vicino, mi ha detto che è soprattutto lui a continuare a prendersi cura delle due piazze della chiesa e della moschea, portando con un passeggino le taniche d’acqua, che mentre parlavamo ho visto essere tutte piene in un angolo del suo bar. Insieme a lui faccio un’altra passeggiata per le piazze alberate, e mi mostra che anche le piante piantate a maggio stanno resistendo abbastanza bene. Visitando la terza piazza, dove va raramente, mi dice che lì c'è un signore gambiano che si sta prendendo cura del luogo e degli alberi, e capisco che è una delle stesse persone abitanti che avevano fatto parte del gruppo volontario durante le ripuliture.
Tornando al suo bar e trovandolo senza corrente, la conversazione si rivolge alla questione dell’elettricità, che come un anno fa è ancora razionata, cioè assente per metà del giorno da una parte dell’insediamento per essere presente dall’altra, e viceversa. Questo causa problemi riguardanti non soltanto il freddo, ma anche le politiche di gestione della corrente. Il mio amico mi dice infatti che una questione comunemente sentita da diverse persone sue conoscenti, abitanti dell’insediamento, è la tensione elettrica, che o è così elevata da bruciare le resistenze utilizzate per cucinare e riscaldare gli ambienti domestici, oppure è instabile e causa il blocco della corrente, come avevo appena visto succedere nel suo bar. Sono perciò emerse sue critiche a chi gestisce l’elettricità, persone con un certo potere nell’insediamento, con cui egli non vuole parlare. Al domandargli il motivo, afferma che preferisce attendere che arrivi il “momento buono” in cui finalmente impareranno a gestire l’elettricità, e sorride. Poi, come ogni volta che ci salutiamo e diciamo di rivederci, lui alza l’indice e lo sguardo verso il cielo ricordandomi che ciò sarà “se Dio vuole”. Riferendosi a Dio, mi ricorda quanto tutto ciò che accade e non accade sia dipendente da cause molto più grandi e potenti di noi, entro cui possiamo agire attraverso dimensioni e intensità spesso ridotte rispetto a quanto forse desideriamo.
Come ogni volta, dopo queste parole ci abbracciamo e me ne vado, arricchito da sensazioni pensanti, le quali, ora specialmente mi ricordano una delle varie criticità di questo progetto, che leggo nel suo nome Azioni apripista, sorto dall’idea di associare il concetto di agire come innesto di pratiche alle risonanze con il termine mediatico di “Pista” - l’infrastruttura aeronautico-militare che era prima di essere trasformata in un centro urbano senza la collaborazione delle istituzioni statali, ma con il lavoro, le conoscenze tecniche, gli investimenti di risorse economiche e il tempo di chi lo vive. Così considerando la resistenza di Borgo nel lavoro progettuale e nella cura collettiva che lo sorreggono, sento che non siano tanto le nostre azioni ad “aprire piste” al suo interno, ma piuttosto che sia la Pista - cioè l’insediamento di Borgo nello sviluppo delle sue costanti ecologie di progettazione - ad aprire dentro di noi progetti, azioni possibili. Come vale per altre complessità sociali, ogni azione che riguardi le ecologie di Borgo può avere un effetto profondo, cioè permearne le relazioni, soltanto se è all’interno delle loro dinamiche costitutive che ne emergono i sensi.
Next article
Keywords: Mediazione; territoriale; progetto; azioni; ecologie
Period: 2024 - 2026
Project: Camp Form(s); REFRAME
Inappropriable is a research, a collective investigation and a condition of possibility which sets out to interrogate practices of inhabitation, infrastructures of life, of marronage and fugitive worldling, focusing on labour ecologies in territories of migration: frontiers where bodies, spaces and labour are reconfigured through extractive and plantation-like capitalist processes of accumulation, dispossession and exclusion.